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La Chimica delle Parole

La Chimica delle Parole - psicologia napoli

Pubblicato a febbraio  2011 dal dr. Marco Volpe


 

La chimica delle parole: come cura la psicologia.

 

 Il rapporto tra mente e corpo, la loro influenza reciproca e la predominanza o meno dell’una sull’altro, è stato nel tempo ampiamente dibattuto. Sebbene sia  unanimemente  riconosciuto l’interdipendenza mente-corpo, le applicazioni cliniche, le teorie e le idee che le sottendono mostrano ancora una separazione. Generalmente viene attribuito alla medicina tradizionale e alle  branche mediche la pertinenza del corpo. In un diffuso immaginario collettivo ciò che ha una matrice organica, fisiologica, bio-chimica e che è, illusoriamente, tangibile è di competenza medica. Ciò che invece non ha un un’immediata riconducibilità al corpo, nei suoi aspetti anatomo-fisiologici e funzionali diviene e assume sovente una connotazione mentale, emotiva e diventa  appannaggio della psicologia clinica o della psicoterapia. Pertanto  alla medicina viene affidato il compito di curare il  dolore e il malessere che ha una precisa collocazione corporea, una organica consistenza e visibilità mentre alle discipline psichiche è dato il compito di occuparsi del malessere intangibile, del dolore invisibile. Come opera la medicina è noto a tutti: partendo dall’idea che la disfunzione e il malessere ad esso associato è nel corpo, sul corpo, ovviamente, agisce: o meccanicamente sugli organi con terapie laser, radio,  chirurgia  o chimicamente   con le terapie farmacologiche.

 

 Ma come e su cosa agiscono le terapie psicologiche?

Essendo vaga e indefinita l’origine attribuita al malessere psichico altrettanto vaghe sono comunemente le idee inerenti le modalità e il fine dell’intervento. La conseguenza è che spesso gli interventi psicologici o la psicoterapia vengono immaginate come  pratiche misteriose, magiche e viste con conseguente atteggiamento di  perplessità, scetticismo e diffidenza. Per fare chiarezza potrebbe essere utile dissipare ulteriormente la dicotomia mente corpo per rilevare che essa anche in termini operativi è meramente speculativa  e fallace. Utile a questo scopo è sicuramente l’analisi di un diffuso disturbo psicologico: il disturbo da  panico (DP). Per le caratteristiche del suo esordio e per le modalità con cui generalmente si manifesta questo disturbo più di altri è esemplificativo dell’impossibilità di separare e distinguere il malessere che ha origine è si manifesta nel corpo da quello mentale o psichico. Nella quasi totalità dei casi chi ha un episodio di attacco di panico è convinto di avere un disturbo organico, fisico e quindi cerca immediatamente un intervento medico: recandosi al pronto soccorso e successivamente effettuando una serie di esami diagnostici per individuare una disfunzione a carico del corpo, un problema fisico. Solo dopo che l’intervento medico ha escluso qualsiasi problematica organica avviene l’invio psicologico. Che il problema sia ricercato nel corpo, nel caso del DP è evidente e comprensibile poiché più di altri disturbi psichici si manifesta con sensazioni spiacevoli a carico del corpo, i sintomi più frequenti sono:

  • Aumento della frequenza cardiaca o palpitazioni
  • Cefalea
  • Sudorazione
  • Dolori al petto
  • Vertigini, stordimento, nausea, conati di vomito, senso di sbandamento
  • Difficoltà di respirazione (dispnea), affanno
  • Formicolio o intorpidimento alle mani, al viso, ai piedi o alla bocca
  • Incapacità di comunicare a voce
  • Nodo alla gola
  • Rossore al viso e al petto o brividi
  • Parti distali fredde e sudate (mani e piedi)
  • Sensazione di lingua e bocca asciutta
  • Sapore metallico in bocca
  • Tremori fini o a scatti
  • Vampate di calore o brividi di freddo
  • Paura e sensazione di svenire
  • Sensazione di morte imminente

Non solo i segni e i sintomi sono fortemente collegati al corpo ma sono la risultante di effettive e concrete reazioni chimiche, organiche che avvengono nel corpo e sul corpo agiscono . I vari sintomi di un attacco di panico possono essere compresi come segue. Per primo arriva l'improvviso inizio di una paura con poco o nessuno stimolo. Questo porta al rilascio di adrenalina (epinefrina) che causa la cosiddetta risposta “attacca o fuggi”, per cui il corpo si prepara ad un'attività fisica importante. Questo porta a sua volta ad una frequenza cardiaca accresciuta (tachicardia), respirazione rapida (iperventilazione) e sudorazione. Siccome l'attività vigorosa succede raramente, l'iperventilazione porta ad abbassare i livelli di anidride carbonica (CO2) nei polmoni e quindi nel sangue (ipocapnia). Questo porta al cambiamento di pH del sangue (alcalosi) che a sua volta porta a tanti altri sintomi, come formicolio o intorpidimento, vertigini e stordimento. Alla base del DP c’è dunque una reazione  neurochimica che determina delle alterazioni somatiche, ma lo stimolo che  attiva una simile reazione può essere  il più vario. Si immagini che, paradossalmente, una figura di attaccamento primario (chi normalmente accudisce , consola e rassicura un bambino)  quale un genitore per esempio, con tono ed espressione seriamente spaventata cerchi di convincere un bambino di 3 anni che un “mostro spaventoso” sta per aggredirli. Con estrema probabilità si induce nel bambino una reazione di panico che si manifesta visibilmente con le alterazioni somatiche tipiche del panico (tachicardia, tremore, iperventilazione, pianto etc.) e le reazioni neurochimiche e biologiche ad esse associate. Quindi potremmo dire che in una relazione intima (come quella genitore/figlio)  degli stimoli verbali possono indurre modificazioni biochimiche e somatiche. Ma se è vero che stimoli verbali, “parole” possono determinare reazioni corporee negative, è lecito ipotizzare che esse in appropriati setting e contesti, utilizzate  ad arte, con metodo e perizia, in una relazione improntata sull’alleanza e la fiducia (come quella psicoterapeutica),  possano riequilibrare la neurochimica e alleviare il disagio fisico e mentale, corporeo e psichico.

 Il disturbo da panico può essere curato  farmacologicamente o con psicoterapia. Studi eseguiti su persone soggette a disturbi da panico curate con successo da farmacia rilevano che una percentuale tra il 71 e il 95% è tornata ad avere attacchi di panico entro 90 giorni dal termine della cura (Sheehan,1986). Al contrario, gli studi eseguiti su pazienti curati per mezzo della psicoterapia cognitiva per i disturbi da panico mostrano che la psicoterapia cognitiva è un rimedio ugualmente efficace, ma con una percentuale di ricadute che va dallo zero al dieci per cento fino a un anno dal termine del trattamento. La psicoterapia cognitiva insegna le abilità per vincere il panico, così che la guarigione risulta maggiormente stabile. In molti casi a persone in preda ad un attacco di panico è bastato sentire la voce del terapeuta al telefono per arrestare i sintomi e il disagio.

Numerose ricerche hanno evidenziato l’incidenza delle emozioni sul sistema nervoso autonomo, neuroendocrino ed immunitario, strettamente connessi tra di loro e con il resto dell’organismo: le emozioni positive favoriscono reazioni a cascata tali da attivare il sistema immunitario ed in particolare i linfociti killer. Al contrario, gli stati di depressione emotiva portano ad un’inibizione della risposta immunitaria. Pertanto, il tono emotivo delle nostre relazioni, nonché il modo con cui entriamo in contatto con gli altri, assumono una rilevanza inimmaginabile. Ad esempio Cacioppo ha rilevato come il coinvolgimento prolungato in una relazione conflittuale porta a picchi improvvisi di ormoni dello stress, a livelli tali da danneggiare alcuni geni preposti al controllo delle cellule che combattono i virus.

Sotto stress le ghiandole surrenali producono il cortisolo, uno degli ormoni rilasciati dal corpo in caso di emergenza. La produzione alta e prolungata di cortisolo può provocare disturbi cardiovascolari e deficit al sistema immunitario. Rapporti sociali intensi che accentuano le sensazioni positive e limitano quelle negative sembra abbassino il cortisolo e stimolano la funzionalità del sistema immunitario sotto stress.

In un altro studio, Richard Davidson ha osservato che nei momenti di stress (in questo caso si trattava di una scossa elettrica) le persone amate possono fornire aiuto biologico. Ad esempio quando una donna stringeva la mano del compagno, provava molta meno ansia di quando affrontava la scossa da sola. Il contatto pelle-pelle stimola la produzione di ossitocina che funziona abbassando gli ormoni dello stress.

In conclusione dunque, la separazione mente/corpo, psiche/soma è solo forviante e di nessuna utilità specie nella pratica clinica. Il disagio, il malessere così come l’armonia, il benessere non possono essere scisse, frammentato ed associato ad un dato organo, ad una specifica parte del corpo. Le evidenze cliniche e la ricerca dimostrano che qualora ci fosse necessità di rintracciare il “locus” su cui la psicologia e la psicoterapia agiscono esso non è estraneo, sconosciuto ed indefinibile ma  è pur sempre nel corpo. Le relazioni significative, collaborative e cooperative improntate sull’alleanza reciproca, la fiducia e l’onesta professionale e umana,  come dovrebbero sempre essere le relazioni terapeutiche, hanno il potere di agire contemporaneamente sul corpo e sulla mente. La significatività della relazione, la partecipazione empatica e le precise “parole” hanno  perfino la capacità di modificare e  riequilibrare gli aspetti molecolari e biochimici.

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

-        America Psycitric Association (1996), Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, ed fai paura quando cadi cosìIV.  American Psychiatric Association: Washington D.C. (Tr. It.: DSM IV, Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi Mentali, Masson: Milano)

 

-         Cacioppo, J. T., & Berntson, G. G. (Eds.). (2005). Social neuroscience: Key readings. New York: Psychology Press.

 

-         Greenberger D., Padesky C. A. (1995).  Mind over mood. A cognitive therapy treatment for clients.  New York : The Guilford Press.

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